Pointer P. – Part II

Agosto 17, 2009

18 agosto, 2009. Brutte notizie, mi sono svegliata e ho trovato che il libro best seller è ancora a pagina 103, non s’è mosso di una virgola. Cioè, muoversi si muove. Passa di qua e di là: “Oh, poi adesso andiamo nel corridoio, e c’è Pinco Pallino, poi saltiamo su un cavallo, poi arriva un tale molto cattivo”. Leggendo, ho già percorso chilometri e chilometri, e ora non me la sento di affrontare subito l’azione, che a pagina 101 non è ancora arrivata.

Poi. Il sistema delle brevi anticipazioni mi piace una volta, due. Ma quando in tutto il libro hai prime apparizioni e riprese come modulo fisso per l’introduzione dei personaggi, cominci a sentirti a disagio. Sì, beh, certo, consideri – fin troppo generosamente – di essere entrato in un mondo che “funziona così”, ma a lungo andare ti domandi (attenzione, domanda filosofica, ponete attenzione): perché diavolo in un mondo che funziona così la gente dovrebbe avere una sola, qualsiasi preoccupazione? Ognuno cerca di leggere i segnali del mondo in cui vive, ANCHE in un romanzo. Ora. I protagonisti di questa storia si suppone siano esseri umani, calati cioè in un insieme di convinzioni, di “pensieri prima di dormire”, di aspirazioni e di sogni. E lo sono, la narrazione si preoccupa infatti di farcelo sapere. Ebbene, nel loro mondo continuano ad esservi annunci e apparizioni, annunci ed epifanie, angeli ed epifanie. Un mondo (sostanzialmente alieno) dove tutto è annunciato, pagine prima, da quelle che dovrebbero essere accurate “preparazioni” (haha) al climax. Una “attenta struttura drammatica” (haha). La fredda meccanicità di tutti questi annunci, prodromi, anticipazioni, elementi di protasi, poi subito confermati da avventi, apparizioni, arrivi, batte vi giuro il Gil’Gamesh quanto a parabolizzazione del racconto, e archetipizzazione del mondo, e mi rende impossibile credere che i personaggi NON SAPPIANO di vivere in un fato accuratamente preparato prima. Quindi, non capisco perché tutte le volte si stupiscano, perché fingano di agire di loro spontanea volontà, perché abbiano paura, perfino. E’ tutto scritto! In un mondo così, come appunto sa benissimo Gil’Gamesh, tu sei il dio-condottiero e te ne freghi altamente degli ostacoli che ti si parano davanti: sono solo i luoghi in cui tu metterai in atto un destino già noto, scritto e in qualche senso già compiuto. Gil’Gamesh non si stupisce (sono gli altri che si stupiscono, perché sono esseri estranei al suo mondo e al suo modo di essere).

Prendiamo un esempio che tutti conoscete, facile facile. La Karenina. Se il romanzo Anna Karenina fosse stato scritto dal bestsellerista che ha scritto il libro che sto leggendo io, saremmo nei guai. Probabilmente la Karenina si sarebbe salvata. Invece, porca miseria, è il SUO mondo che la condanna al pensiero del suicidio. Un mondo in cui lei si sveglia ogni mattina. E’ la sua relazione con il suo mondo a provocare la scissione. Karenina non è esterna, mai, al mondo cui si sente estranea. Capite la difficoltà? Fate mente locale. Quindi lo vede con quegli occhi. Quindi reagisce in quel modo.

Nel best seller che sto leggendo, il mondo va in un senso, insieme ai lettori… Sì, sì, questo fa riflettere. Non dubito. E i protagonisti vanno in tutt’altra direzione. Salve, sono un predestinato, un eroe, nasco addirittura così, e arriverò vivo alla fine della storia, ma, oh, ecco, adesso per trenta pagine avrò paura di un idiota con le braghe di un altro colore. E’ un problema di non-onniscienza calibrata male? Probabile. E, ripeto, voi l’avete comperato a milioni. Vi stavate annoiando parecchio, si vede.

Pointer P. – Part I

Agosto 17, 2009

16 agosto, 2009. Ebbene sì, lo confesso: sto leggendo per la prima volta un noto best seller di cui abbiamo parlato tanto. E, con mia grande sorpresa, mi sto annoiando. Mi sto annoiando tanto che strofinando l’incavo sudato del braccio all’altezza del gomito mi si formano dei pallini di pelle, sapone e sudore molto più divertenti del libro che sto leggendo. Mi sto annoiando tanto che i riccioli che riesco a fare con i capelli hanno indetto un concorso di bellezza e mi hanno eletto presidente della giuria. Mi sto annoiando tanto che con le dita dei piedi ho provato a toccare il muro dalla parte dei cuscini e ho fatto finta di camminare sulla parete. Mi sto annoiando così tanto che mentre leggo immagino di costruire una casa di bambola così piccola che al posto del fuoco nel camino c’è la brace di un bastoncino d’incenso, e che la vasca da bagno si riempie con una goccia d’acqua. E anche, mentre leggo, immagino di lavorare a maglia, di cucire e di ricamare, come vorrebbe mia zia, e ho già immaginato di aver fatto un maglione, cucito un orlo di pantaloni e ricamato le mie iniziali sulla camicia. E mentre leggo sempre lo stesso libro, e quasi sempre la stessa pagina, sebbene in realtà i numeri in basso continuino a crescere, 99, 100, 101, mi annoio così tanto che con un altro paio di occhiali sto leggendo un altro libro, molto più divertente, in cui Tolstoj scappa di casa. Ma mi annoio ancora, e stavo quasi per telefonare a uno di voi, quando ho pensato che era meglio non annoiare le persone con le mie stupide letture, e allora ho guardato un film, mentre leggevo questo libro, e il film era veramente noioso, anche quello, o forse appena meno, con Meryl Streep vestita come una quacchera e con delle grinze posticce vicino alla bocca, e Philip Seymour Hoffman vestito da prete e una giovane monaca insignificante in una storia che avrebbe dovuto essere forte ma era scritta profondamente male (posso dirlo, visto che non sono un critico cinematografico) tanto che c’era anche la battutina finale come forse abbiamo visto fare a Neil Simon nelle commedie, solo che non si può scrivere un dramma come si scrive una commedia, eppure so che il pubblico ha dato di matto vedendo questo film, e anch’io speravo, visto l’argomento impegnato, di vedere un bel film, mentre il plot forte era trattato debolissimamente e senza idee, tanto che io non avrei dato risalto a tutte le figure secondarie e avrei mantenuto solo il prete e la quacchera a darsi battaglia. Ho anche pensato che il regista voleva farne come un Bennett drammatico, ma gli è riuscito male, però. Ma lo stesso ho continuato ad annoiarmi con il mio libro best seller, e mi sono annoiata così tanto finora che a pagina 102 penso mi addormenterò, e spero di risvegliarmi verso pagina 200 o 201, con la speranza che nel frattempo sia successo qualcosa, e con l’idea precisa e rinnovata che il più noioso dei miei sogni casuali è più divertente, ma molto più divertente di questo libro. Che voi avete comprato a milioni.

19 giugno, 2009. (segue) Lei è una scrittrice e qualche volta guarda le fotografie. Non come le persone fingono di guardare i quadri alle mostre, atteggiandosi in mille modi intelligenti, e nemmeno come quelli che alle mostre piangono e si disperano, oppure alzano le spalle e sogguardano gli accompagnatori, e nemmeno come quelli che vanno alle mostre come per ritrovare un vecchio amico, e poi sorridono a una pittura a olio. Guarda le fotografie perché non parla quasi mai con nessuno sul serio, perché non è sul serio parlare con lui o con le zie o con i suoi genitori o con i colleghi al giornale. Guarda le fotografie perché è davvero innamorata, non delle persone ritratte in fotografia, che non conosce personalmente, ma è innamorata e non è riamata, e nelle fotografie guarda come sono fatte le facce, in particolare l’attaccatura dei capelli e la pelle intorno agli occhi. E non le guarda per ritrovare lì gli occhi di lui, che non ci sono mai in ogni caso, ma per vedere e poter guardare gli occhi di qualcuno. Per esempio c’è questa foto in bianco e nero di un uomo di una decina d’anni più vecchio di lei, non bello, ma nemmeno volgare, un uomo capace di pensarsi passabilmente bello per una fotografia, ma anche non abbastanza bello, tanto da essersi ravviato i capelli molto a lungo, con il risultato di averli in qualche modo un po’ sciupati e unti, ma non in modo disgustoso, anzi forse con un unguento apposito, che dev’essere profumato. La fotografia profuma di naftalina, anche se è ritagliata da un libro, e questo signore indossa una giacca e una maglia dolcevita che anche a distanza, saranno passati cinquanta e più anni, sembrano tolte da un cassetto profumato, che sa un po’, ma non molto, di naftalina, e indossate pensando che con l’aria si rinfrescheranno. E’ un’opinione che gli si legge in viso. “I miei vestiti prenderanno aria e si rinfrescheranno”. I capelli, grigi, la giacca, grigia, la pelle, bianca, il maglione, grigio, sono perfettamente a fuoco, ma gli occhi sono talmente chiari che risultano sfocati.

Lei osserva la foto inclinando la fotografia verso la luce, ma la luce naturale sgrana definitivamente lo sguardo dell’uomo. Lui ne è, già mentre si fa scattare la fotografia, intensamente preoccupato. Cerca di tenere lo sguardo sporgente, affacciato, intelligente, ma insieme al pensiero della naftalina ha, si capisce, il pensiero del proprio sguardo così celeste e pallido, che nessuno capirà. Lei, infatti, non capisce, ma è proprio questo che la spinge a guardare e a guardare un uomo che è in fondo tutti gli uomini e tutte le donne. Non a guardare se stessa. Se stessa allo specchio è troppo lucida e vitale e rossa di capelli per non essere a fuoco. Lei è in un eccesso di fuoco. Ma a guardare qui l’uomo che ama, per esempio. Che è allo stesso modo sfuggente e assente e in qualche modo non verosimile, mai, e mai a fuoco.
Mentre osserva la fotografia del signore che, è certa, parla come lui, sebbene sia di viso più oblungo e probabilmente di statura più alta, dalla finestra aperta arriva la voce di un altro uomo, un vicino di casa. “Non mettere le mani nella scodella,” sta dicendo a un bambino. “Antonia, la bambina ha messo le mani nella frittata”. Sta dicendo l’uomo alla moglie o alla cognata.

L’uomo nella fotografia è stato così. Ha parlato irritato e innocuo con una donna, ha aspettato che venisse pronta la cena. E così è anche lui. E così sono tutti, anche lei.

Solo una donna innamorata sente e vede queste cose, anche se non le ha mai viste né sentite, nella fotografia di un altro. (segue)

La Situazione Alice

Giugno 14, 2009

14 giugno, 2009. L’alba della pagina 145 non arriva mai. La distanza tra le pagine si amplia, si ingrandisce, 141, 14§, 14%, 14^, 142, e sono appena qui. Il mio gatto mi guarda come se io sapessi fare i miracoli, aspettandosene uno. “Hai ragione, dovrei,” gli dico come si parla ai fratellini più piccoli. Dopo la pagina 142, lo stillicidio prosegue, 14&, 14=, 14ç, poi 143. E’ precisamente questa la situazione, ricordo, forse non il luogo e forse non il libro, ma è precisamente questa la Situazione Alice. La Situazione Alice non è adatta a uno scrittore o a una scrittrice. Io devo uscire dalla Situazione Alice al più presto, o mi troverò nella compagnia dei lettori. Io non sono una lettrice. Non so leggere le parole. E poi a b c d e f non sono, contro quello che mi si dice del Broca System in my mind, l’albero ai cui piedi tutto si costruisce. Le feste di non compleanno rappresentano l’impossibilità di capirmi. Una data, semplice come è semplice una data, sta a significare l’impossibilità di raggiungermi, per sempre. L’oggi che non è oggi, lo ieri che non è ieri, per il lettore è un gioco di parole, il lettore non capisce, legge, sul suo piano ogni oggi è quello possibile, non sul mio. La Situazione Alice è quella in cui tutti i commensali credono di essere seduti allo stesso tavolo, per la cortesia che talvolta abbiamo nei confronti degli ospiti. Ma non siamo allo stesso tavolo. Molti scrittori hanno perduto o non hanno mai avuto questo senso di alterità. Non sono più scrittori, sono solo passeggeri di una Situazione Alice. Il fastidio che sento quando la vocina del lettore legge e pronuncia quelle che crede siano le mie stesse parole, ecco che adesso si spiega. Non voglio restare nella Situazione Alice tutta la vita. Quando rendiamo l’invisibile visibile, tutti all’improvviso credono di vedere. Ma non è così. Sono stata troppo generosa con i commensali. I piatti sono vuoti e loro portano alle labbra la forchetta con tutto il gusto che sanno metterci. Ricordano altre cene luculliane. Le citano, perfino, da una parte all’altra del tavolo, come se si versassero un’altra cucchiaiata di gelato. E io annuisco, sono felice di riportare i complimenti in cucina.

Invece, ridiamogli in faccia.

Torniamo a chiudere la porta del nostro mondo, e a divertirci con loro. Toh, assaggia questo bocconcino di non so che. Buono, eh? Pile e pile di invisibile. Quello è troppo nutriente, attenti. Quello è salato, fate attenzione. Mi passano il piatto di portata con nulla, e mi rimproverano perché non uso le posate giuste.

HAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHA.

Credo che sia giunto il tempo di una nuova sezione.

La statua di Gian Galeazzo

Giugno 13, 2009

13 giugno, 2009. Quando ero piccolo, e prima di scrivere le mie famose storie, i miei mi portarono in una città vicina per ammirare la statua di un certo Gian Galeazzo, signore del luogo, imparentato con le genti austriache. Arrivammo nella piazza affollata di persone e vedemmo il gigantesco monumento funebre quasi prima della famosa facciata della basilica, tanto imponente e brillante era la statua. Io fui issato sul carro affinché potessi ammirare la perfezione dei tratti e la sontuosità delle vesti del signore, e quando, finito il mio turno di osservazione, scesi dalla ribaltina di legno e posai un piede dopo l’altro a cassetta, ero così infervorato e commosso dalla bellezza del signore, che non prestai la consueta attenzione alle schegge di legno delle assi del nostro carretto di provinciali, e m’infilzai nel polso un frammento del vecchio acero marcito di un bracciolo, cominciando a sanguinare copiosamente. Tuttavia, mi sentivo come Enea nel Mediterraneo, come Rolando a Roncisvalle, e non versai una sola lacrima, tanto la maestosa nobiltà della statua m’aveva impressionato e contagiato. “Il piccolo eroe”, mi chiamarono per tutto quel giorno mentre mi accarezzavano la testa e indicavano ai conoscenti la grezza fasciatura che mi bendava il braccio. E io correvo per le strade della città straniera agitando il braccio e uno sterpo come una spada, ed ebbi fierissime battaglie con i ragazzi del luogo. Con uno dei miei nemici locali strinsi una specie di amicizia, Leonardo si chiamava il nemico, e ora battagliando ora conversando attraversai con lui in lungo e in largo tutto il paese. Assaggiai le focacce delle locande e rubai bacche e mele al mercato mentre lui distraeva i passanti con giochi di equilibrio e prove di abilità con la spada. Finché, stremato, non sedetti sul bordo di una fontana con lui. Mentre cacciavamo i lombrichi dall’acqua stagnante della massicciata, gli spiegai entusiasta che tutto quel coraggio, tutta quell’energia, e il braccio insanguinato che mostravo intorno come un trofeo, mi venivano dalla visione del loro grande signore, Gian Galeazzo, e volli informarmi della sua vita, della sua morte, delle sue passate imprese. Leonardo alzò le spalle e indicò, tra i tetti della città, quello di un palazzo vicino alla piazza della cattedrale e della statua: “Egli vive laggiù.” Ero sconvolto. Un uomo così potente, così straordinario era vivo, e Leonardo alzava le spalle? Gli diedi dell’ingrato e del gradasso. Lui battagliò con me ancora un po’ con la spada, poi ci stancammo e mi spiegò: “La statua che hai visto in piazza, e che tanto ti ha infiammato, non è la statua funebre di messer Galeazzo. E’ la statua funebre di una donna che morì d’amore per lui, e volle rendere immortale il suo amore, non se stessa, per tutte le genti a venire. Chiamò il più grande scultore di tutta Europa, e si chiuse con lui in consiglio per giorni e giorni, mentre il marmo occorrente per la statua scendeva dai monti qui intorno e un esercito di scalpellini delle valli si preparava nelle officine affilando scalpelli e trapani ad acqua. Quando lo scultore fu congedato e venne qui per affrontare il marmo, si disse che lavorò notte e giorno, invasato dalle parole della donna, plasmando il marmo con le sue stesse dita e denudandolo a poco a poco come un amante impazzito di desiderio. La statua terminata fece due morti, uno fu la donna, che morì quello stesso giorno gettandosi in una fornace, e l’altra fu lo scultore, che si tagliò le mani, in preda a chissà quale follia, e morì dissanguato in fondo a un campo deserto, dove lo trovarono i cani prima che i suoi simili. E la statua, meravigliosa e immacolata, brillava perfetta nella piazza. Gian Galeazzo rise. Ne fu lusingato, si permise di rendere un burlesco omaggio ai due defunti sul bordo del monumento, e preparò una grande festa che durò per una settimana intera. Nei suoi vestiti più sontuosi, e con il volto dipinto di bianco, egli scorrazzava per le strade della città insieme ai suoi cadetti, invitando i cittadini a unirsi alla gozzoviglia, e issando feticci di paglia della donna morta, che bersagliava con le più ripugnanti oscenità. Ma fosse l’orribile fine dei suoi innamorati, fosse l’insopportabile protervia con cui si vantava del loro amore, o fosse quel viso coperto di biacca che ricordava il bianco perfetto della statua, molti cominciarono a notare la profonda differenza tra il Gian Galeazzo scomposto e volgare che impazzava qua e là, e il meraviglioso eroe che giganteggiava nella piazza. E anche Gian Galeazzo se ne accorse, a poco a poco. Lo si vide pian piano nei mesi e negli anni successivi, quando, dopo stagioni intere di insopportabili risa, egli si placò all’improvviso. Cominciò a osservare la statua, prima apertamente, di giorno, mentre passava nella piazza con il suo drappello. Poi di nascosto, durante la notte, alla luce febbrile delle torce, e infine perfino al buio, dalla finestra del suo palazzo, al primo lume di luna. Egli si guarda tuttora – sebbene sia difficile dire quali ragionamenti e umori tragga dalla visione di se stesso, perché non esce quasi più dalla soglia di casa, e vive nascosto, segregato, e nessuno ha più avuto modo di confrontare il bellissimo giovane raffigurato nella statua con il suo viso di carne.”

Così concluse Leonardo, e quando io osservai che forse, dopotutto, quello era davvero il monumento funebre a Gian Galeazzo, battagliammo di nuovo fino a stancarci definitivamente, e poi raggiungemmo gli altri nella locanda, dove pranzammo e passammo altre ore in vivacissima compagnia.

(di Ida Bozzi, 13 giugno, 2009)

Il malato

Maggio 25, 2009

25 maggio, 2009.

(…) C’erano numerosi motivi per non guarire, ed Eosinoph Itter li conosceva tutti. Ma era aperto alla ricerca.

Aveva scoperto per esempio che essere malato costituiva per lui uno spazio privo di dimensioni temporali in cui poteva essere contemporaneamente bambino, adulto e vecchio, riunendo le doti più interessanti di ciascuna età.

Per esempio, essere un adulto malato gli conferiva un’aura di eroe in ciascuna delle imprese cui si dedicava, alle quali andava incontro con la decisione di un martire e l’abnegazione di un rivoluzionario. La sua rivoluzione, s’intendeva, era contro la malattia.

Se sbagliava, le mancanze proprie delle altre due età lo soccorrevano prontamente.

Ma chi gli stava intorno, aspettando da lui niente altro che piccoli gesti da malato, restava sbigottito davanti alle sue proposizioni titaniche. Altri avevano ogni interesse a trattare con un malato, sul quale, con il loro potere di sani, sentivano o presumevano di poter avere la meglio comunque e in qualsiasi momento.

Egli era quindi circondato da una pletora di fedelissimi, affezionati più alla sua malattia e ai suoi vantaggi che a lui stesso – ma di ciò non si preoccupava. Eosinoph, febbricitante di potere, selezionava infatti accuratamente le persone che potevano stargli accanto: gli utilitaristi, i pragmatici, i meschini, i banali. Egli sapeva inoltre che gli amici più sensibili, i fragili, i quasi malati e i malati, che egli odiava dal profondo del cuore, tenuti distanti dal suo capezzale avrebbero sofferto meglio e con più profondità, e avrebbero contribuito a diffondere nel mondo quel vapore di nostalgia, dolore e trepidazione che, come un contagio, portava intorno l’affetto e il ricordo di lui.(…)

(di Ida Bozzi)

3 storie del vecchio West

Maggio 24, 2009

23 maggio, 2009.

Storie del vecchio West (di Ida Bozzi)


Titolo: Il Portogallo in gps.

Un giorno

Nelle mani di un gruppo retrivo

La Terra più bella del mondo

Il Portogallo

Che stava tra il Belgio e l’Olanda

Scivolò marginale.

2 storie del vecchio West

Maggio 24, 2009

22 maggio, 2009. Storie del vecchio West (di Ida Bozzi)

Avete notato quanto ho ragione?

Quanto ho ragione e quanto gli altri hanno torto?

Avete notato la marca dei miei calzoni?

Dei miei calzoni e delle mie scarpe?

Avete notato le mie auto e le mie donne?

Le loro prestazioni lussuose?

Oh scusi, ho sbagliato numero,

cercavo la mamma.

21 maggio, 2009. Storie del vecchio West (di Ida Bozzi)

Inutile che vi racconti la storia dei due quaccheri

(And my two Quackers’ Tale is useless to tell)

Uno volle punirsi così profondamente

che cominciò a fumare per costringersi a smettere

L’altro si arrabbiò tanto per la regola infranta

che accese una sigaretta e andò fuori a fumare

So che si videro, mortificati, l’un l’altro

circondati dai mozziconi.

Ma la gente non ama il bene e il male

e la storia si tramanda interrotta.

1 storia del vecchio West

Maggio 21, 2009

21 maggio, 2009

Storie del vecchio West (di Ida Bozzi).

Uno fa un dono

e deve passare tutto il resto del tempo

a cercare di capire che cosa ha donato.

Un tizio riceve il dono dall’altro tizio

e deve passare tutto il resto del tempo

a spiegargli per bene che cosa ha ricevuto.

Questo perché le ruote della bicicletta

sono la parabola infernale

del Dante di una tribù di tappi a vite.

Non accadrebbe se un uomo veramente solo

quando muore

potesse lasciare tutto in eredità a se stesso.

He is back

Maggio 18, 2009

18 aprile, 2009. Il barbaro sta giocando all’unico gioco cui si può giocare con una corona ferrea, il gioco del rubino. La gira e la rigira tra le mani finché il rubino del castone principale non gli ritorna tra le dita, “acquamarina, lapislazzulo, corniola, ecco il rubino, ambra, topazio, acquamarina, smeraldo, smeraldino, altra corniola, pietra gialla che non so che cos’è, altro smeraldo…”

Intanto Roland, il pipistrello cantore, dall’alto della volta intona la consueta Apoteosi del lunedì, che evita al re barbaro di precipitare in una depressione solitaria e alquanto pericolosa, foriera di inutili lettere a Teodora, di fondazioni inconsulte d’ordini monastici e di ancor più inconsulti scismi con l’episcopio centrale.

“Il magnifico barbaro,”

comincia Roland, con questa sola lenza tirando un angolo della bocca del re in un primo sorriso,

“il magnifico barbaro non è uomo di guerra. Se i Goti, i Visigoti, gli Ostrogoti e tutti gli altri guanciuti confratelli s’imbellettano di sangue, il grande Adaelmo…”

“… Adaelmo il Grande?” prova il barbaro, e sorride di nuovo, rigirando la corona di tolla.

“Adaelmo il Grande, dicevamo,” corregge Roland, felice che il barbaro l’ascolti, “Adaelmo il Grande è già di pelo rosso, ed è poco aduso ai rancori di sangue. Prova ne sia la storia che intendo raccontarvi….”

“Non sarà la storia che sappiamo?”

“Re, è per tua maggior gloria. Anche i tuoi difetti, infatti, sono superlativi.”

“Non so se è un complimento. Comunque, qui non trovo il rubino, vai avanti.”

Intorno al pipistrello, gli altri pipistrellini si fanno fitti, e cominciano, in silenzio, ad ascoltare.

“Voi non sapete,” attacca il bardo, “che la crudele Teodora ha una cugina, la giovane Eloisa, principessa di questo e di quello, bella tra le belle e fortunata di tutte le fortune. Tranne una. Una così triste, così particolare, che non si può menzionare. Ella è stata, e tanto vi basti, sventurata in amore e munita di un superfluo consorte. Una sventura ahimé non rimediabile, cui alla corte di Teodora mai si allude. Quando i Vandali, per la brama di sangue, vi fecero allusione durante la discesa del Danubio, l’armata di Bisanzio capitolò e si sparse. Quando Artaserse, potente re dei fiumi, vi alluse nel bel mezzo di una battaglia navale, metà dei legni di Bisanzio colò a picco nel porto, vicino ai Dardanelli.”

“… e adesso arriva la mia brutta figura,” interviene il re, “Roland, poeta, tu sei sicuro che sia per maggior gloria?”

“Certo, mio re,” risponde il pipistrello, e subito comincia, “il barbaro, che alle vicende di guerra non si appassiona punto, delle storie d’amore s’intenerisce e piange, voi lo sapete. E tanto lo commosse un giorno una storia d’amore di un tale Abelardo e di una tale Eloisa, e tanto pianse, e tanto vi trovò tutto l’amore che inutilmente aveva seminato intorno alla sovrana, affinché germinasse…”

“… invece mai, neanche una pratolina!”

“… che quella stessa sera, incartato il bel libro, volle mandarlo con un ambasciatore alla corte dei greci, dei romani di Grecia, insomma da Teodora.”

“Ed ero qui, seduto come ora, ” siede a metà sul trono il barbaro, agitando in mano la corona, “quando improvvisamente vedo, dalla torre del presidio armato che la bizantina – colei che non mi ama – mantiene sul confine, calare un drappo nero lungo fino al terreno. E i cavalieri che l’uno dopo l’altro arrivano alla torre per le incombenze di guardia, ugualmente innalzano sulle picche e sugli elmi i segni neri della minaccia ostile.”

Il pubblico dei pipistrelli ordina una pizza e si sistema in cerchio intorno al trono, ma appeso a testa in giù, cosicché il barbaro ora ha due corone, l’una di pietre preziose e l’altra, come un lampadario, di pipistrelli attenti.

“Mando a chiamare Mefisto, lo conoscete,” prosegue il re, “che di misteri e di ombre mi pare che s’intenda. E me lo vedo comparire davanti coperto di metallo, con le babbucce che spuntano da una chiusa armatura. “Ma che fai?” gli domando. “Mi preparo alla guerra,” risponde quello. “Ma quale guerra?” “Quella che hai dichiarato, irridendo al dramma della bella Eloisa, e del suo infelice consorte, che, beh, non si chiama Abelardo, ma Alberto I, e sai, poco ci manca,” mi risponde Mefisto. Io scendo dalle nuvole.”

Interviene Rolando: “Come un tuono quando il cielo è sereno getta gli umani nel più cupo spavento, finché non si rivela per il tuonare di uno stupido cannone in lontananza…”

“Che paragone idiota,” scuote la testa il re, “però si fa capire. E anch’io compresi. Teodora aveva letto di quell’altra Eloisa, e si apprestava alla guerra.”

“Perché tale era lo scandalo, presso tutta la corte, e tale la vegogna, che nessun’altra Eloisa vi era intesa, che non fosse la sventurata cugina.”

“Io, di quella cugina,” sospira il barbaro, “mi ero già scordato. Se posso trovare una sola scusante, questa è l’amore. Se sei forzato a dimenticare, in genere ricordi. Ma se è l’amore che invita, tu ti rinnovi il cuore, come un bambino…”

“Beh, re: te lo dovevi segnare, da qualche parte…”

“Adaelmo, con tutto il rispetto: che salame!”

“Ma come può Teodora aver pensato,” salta su tra le luci del lampadario un pipistrello sveglio, “che Adaelmo, qui malato d’amore da un millennio, intendesse dileggiare Eloisa, intendo la cugina, e non dividere l’amore di Eloisa, la santa, con la sua imperatrice? Forse non lo conosce? Non sa le sue intenzioni?”

Il re annuisce. Rimette la corona, che a giochi fatti ha un solo rubino, per quanto la si volti, e conclude il racconto. “Teodora non sa, è così evidente, nulla del mio amore, non lo conosce e non lo prova. Tra la rosa, e il nome della rosa, lei non può, credetemi, vedere altro che il nome. E io, che non credo più, non spero più – perciò non prendo appunti, pipistrellino, tu che chiedevi – per non soffrire non scrivo e non sogno più niente che la riguardi,  io non vedo il nome. Vedo solo la rosa.”