Qui i commenti al nuovo post su Sette Moderniste.

Ecco.

Dopo tutti questi errori, so perché esistono gli scrittori.

C’è questa madre che guarda i figli che giocano sulle altalene. A un certo punto uno dei figli cade e cadendo batte e piega il collo in un modo che…

Lei si alza in piedi. Lo scrittore le scatta una fotografia. Arriva l’ambulanza, il figlio viene caricato sull’ambulanza, lo portano dove devono, lo controllano, lo curano, e per fortuna il figlio è salvo. Ora, la madre non saprà mai perché, mesi dopo, quando il ragazzo ormai grande la abbraccerà – prima di andare, che so, in vacanza – lei ritirerà la guancia stringendosi lontano, e lo manderà via. Ma lo scrittore ha scattato la fotografia, e può mostrarla. A lui, che ha alzato le spalle e se ne è andato. A lei, che non sa dire perché ha sempre un rimprovero pronto per quel figlio cui vuole così bene. Lo scrittore vi può far vedere quella fotografia. E deve essere lo scrittore a farlo, non possono essere loro; qualcuno che con i nomi finti – le vocine finte, le camicie finte per lui, le ciabatte finte per lei – dica che nella foto si vede il punto attraversato, quello che nessuno, nemmeno una madre, attraversa indenne. Il disintegrarsi del cosmo alle sue spalle, fissato nell’attimo della foto, dà un’impressione mossa e caotica all’immagine, le altalene non si vedono. Il cielo tagliato in mezzo rigurgita qualcosa di denso. Gli occhi della madre sono acque esplose, non ci sono più i capelli, strinati, come sulla testa di una mummia di cinquemila anni, le ossa sporgono dal corpo e perfino dai vestiti, ed è giallo il colore delle unghie, nero il colore del vestito, radici, sassi, polvere sono diventati i piedi, stracci gli alberi, stracci gli altri esseri umani, stracci la voce, l’aria, il tempo. L’umano si è dissolto per un attimo in un amore che la nostra umanità rifugge, rifugge, che sprofonda nella morte e che tutti, tutti, comprendiamo respingiamo e subiamo come condanna. A tutti, specie alla madre, un ricordo vago è rimasto, di uno spavento, forse di un grande orrore, magari nemmeno troppo dissimulato. Ma la madre non ha potuto scattare quella foto. Il figlio nemmeno. Lo scrittore sì, quale dei due egli sia.

Lo scrittore può scendere dall’amore, per dire l’amore che altrimenti, da madre, da figlio, da amica, da amante, da uomo, da donna, da essere umano, sarebbe mostruoso dire. Non “sarebbe mostruoso provare”. Sarebbe mostruoso dire.

Conoscete “ognuno uccide ciò che ama”. E’ un po’ più difficile di così. A volte si dice “mi fai morire”, ma è quasi per scherzo. Se lo dicessimo sul serio, lo diremmo con altre parole. Mi hai graffiato una mano. Hai rotto il vaso Venini.

L’amore uccide. Anche il più felice degli amori, è un rischio grave, e i suoi allarmi sono pronti a scattare in difesa.

Non sto parlando di innamoramenti.

Non sto parlando di passioni.

A-mo-re. Il quasi se stesso.

Si scoprono, vivendo, abissi mostruosi che in noi abitano nel silenzio. Noi non interloquiamo, con questi abissi. No, scendete sotto “l’inconscio”. E’ un lavorìo batterico di paura chimica. Abissi veri: l’individuo è abbattuto dalle forze che mettono in pericolo la sua vita, le respinge a livello quasi genetico, non dico istintivo, e non ha la capacità di controllarne le lacerazioni.

Immaginate anche le facili sfumature dell’abisso. Possiamo dire il nostro amore, il pericolo che è il nostro amore, se usciamo dai nostri panni. Perfino a noi, di un’atrocità del genere, parliamo da fuori. Esistono ritualità precise, e la scrittura è una di queste. Il pezzo che avete appena letto, che non è per voi, e non sembra parlare di me, è questa teoria in atto. Scrivere è il principio di indeterminazione della fisica, nel campo semantico della nostra pelle.

IB

the virgin suicides

Agosto 13, 2008

13 agosto, 2008. Les adieux. Il mio primo pensiero, al risveglio, è scrivere qui i nomi di Ulisse Perlipier, l’editore che finisce mangiato perché non è più riconoscibile come essere umano, e quello di Olimpiade, il titolo di una storia in cui uno scrittore viene incaricato di creare una nuova creatura, ma non sa (e questo non sapere ha molti significati) che sta per ricreare una nuova vita per se stesso. Sono due trame di miei racconti dell’assurdo che ho assurdamente raccontato a qualcuno, e alle quali invece tengo. Disinnesco il fatto che siano ora trame note, pubblicandole qui.

Arriva un fiato di realtà, dalla mia amicizia con questo qualcuno: dopo mesi in cui siamo stati “grandi amici” senza essere che due estranei, si stanno lentamente materializzando nell’ombra gli scatoloni di estraneità che tra noi adesso si individuano perfettamente e si vedono a occhio nudo, rendendosi a uno a uno “affrontabili”. Gigantesche montagne di un’alterità divenuta, ed è un progresso, tangibile.

Ed è forse bello che finalmente sia così: tra sei miliardi di individui che sono tutti “grandi amici” tra loro, noi percepiamo di non esserlo.

Vediamo scatola dopo scatola, con chiarezza. Non è una chiarezza comune. Percepiamo quale preciso cammino dovremmo compiere per essere davvero amici, a differenza di tutti gli altri.

E sono tristemente convinta, potrei dire certa, che non lo compiremo.

Una cosa, poi: tu sei l’unico ad aver citato l’articolo di Parente, firmandoti con altro nome. E poi neghi di aver usato l’altro nome. Ma torni a parlare dell’articolo di Parente, a voce, tra noi. Massì.