Columbus
Novembre 17, 2008
L’uomo che non amava viaggiare
Columbus è ancora molto nervoso, ora che è atterrato all’aereoporto della Città Straniera: non solleva lo sguardo dai propri bagagli mentre esce dalla porta a vetri degli arrivi internazionali. L’amico che è venuto a prenderlo ne è quasi risentito. Il breve trasbordo in automobile si fa impercettibilmente giro turistico, sfilata patriottica. Columbus continua a fissare il manico del bagaglio a mano perfino quando la macchina passa davanti alla cattedrale di Ognissanti.
“E’ una città pulita,” dice Columbus. Ha sollevato lo sguardo sul cruscotto dell’auto, ordinato e lucidato.
L’amico alza le spalle. “La casa è sul Tetto del mondo, come noi chiamiamo la costa. Si vede l’Oceano tra due catene di monti, è quasi la cosa più bella che esista…” sorride l’amico, sornione, ma anche un po’ sognante, “dopo quell’altra cosa.”
Columbus lo guarda. Sa esattamente come l’amico si libererà di lui. Tutti i veri amici non vedono l’ora di liberarsi dei loro affetti. Vogliono che arrivi una donna, e che il peso della responsabilità fraterna sia tolto loro dalle spalle. Ma lui non crede ai viaggi, alle dependance della vita. Torna a fissare i manici della valigia mentre la macchina sale lungo la scogliera.
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In piedi nella palestra di casa, Maria telefona al suo agente. Intanto si inclina leggermente all’indietro, afferrando la caviglia della gamba piegata. Nello specchio, osserva le ossa del bacino che si fanno più prominenti, e sorride. Appena l’agente è in linea, lascia la presa. Il suo corpo ritorna sinuoso, morbido.
“Maria, ho la tua audizione per lunedì prossimo,” dice l’agente. “Sono tutti pazzi di te, sarà più che altro una lettura testo, con il cast.”
Maria si muove nel salotto, provando una camminata in punta di piedi. Il dorso dei suoi piedi è una delle parti del suo corpo che preferisce. “Perché dobbiamo aspettare fino a lunedì? Sono due settimane che mi sto preparando.”
“Non è colpa tua, bambina cara,” spiega l’agente, “e nemmeno mia. Columbus è in viaggio, e dipende tutto da lui. Il regista, capisci.”
“Io già lo odio, questo Columbus,” protesta Maria. Forse non lo odia affatto, ma i suoi occhi si riempiono di lacrime cristalline. E’ incredibile come in lei la parola sia misteriosamente connessa all’emozione. Pronuncia la parola “odio”, e la sua pelle si inumidisce, le sue guance si arrossano, le sue labbra diventano più rotonde e trasparenti. Quando pronuncia la parola “amore” davanti alla macchina da presa, i tecnici scollano gli occhi dai monitor e guardano verso il set, a bocca aperta, e il direttore della fotografia lancia un’occhiata ai riflettori, per controllare se è il duemila o il cinquemila a brillare fuori registro.
“Invece credo che sarà perfetto. Lui va cercando da anni una cosa come te. Così dicono.”
“Una cosa?” le lacrime spariscono subito dagli occhi di Maria. L’espressione nuova che le si allarga sul viso è di curiosità e di degnazione.
“Una luce,” precisa l’agente, “volevo dire una luce.”
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La musica non è alta, ma due ospiti della festa sembrano non sopportarla, oltre a Columbus. Dalla terrazza, la città sembra l’Oceano, e l’Oceano sembra il deserto. Più luminose si fanno le stelle e più nera diventa l’aria. Come un vetro nero frantumato, dai bordi luminosi. Gli ospiti che raggiungono Columbus sulla terrazza non hanno difetti.
“Esterno notte,” dice la bruna, delle due la più alta, la più bella. Ma c’è qualcosa nel suo viso che spinge Columbus a non guardarla. Forse un eccesso di fard, forse gli zigomi sfuggenti.
Lui sorride appena. Si è un po’ calmato, dopo i primi giorni, e smette di evitare la compagnia dei suoi simili. Ma nemmeno la cerca, questo è certo. “Sì,” risponde, o annuisce.
Respinti dal viso della ragazza alta, i suoi occhi scivolano addosso all’altra. La pelle del collo muove il filo di una collana che scende nella scollatura del vestito. Il filo si arriccia con il respiro e rotola di un paio di millimetri sulla pelle. Columbus dimentica improvvisamente che quella terra, quella donna, sono lontane dal suo destino. Dimentica che in aereo, quasi addormentato, ha pensato a lungo al motivo per cui non ama viaggiare. Il viaggio è come una sirena, che ti chiama e ti allontana dalla tua vera vita. E’ come una tasca provvisoria in cui puoi trovare delle conchiglie, e scambiarle per monete in una terra di passaggio. Ha sentito di gente che si è trasferita nei luoghi di villeggiatura, buttandosi tutto alle spalle. Sono storie che ha ascoltato come fiabe paurose, terrorizzanti.
“Tu sei Columbus, vero?”
Gli chede la ragazza della collana. Lui la vede attraverso una lente di ingrandimento . Il suo sguardo è a diretto contatto con la grana sottile della pelle, come se lui si trovasse molto, molto più vicino. Lei, come sfiorata, tace. La ragazza alta sente il silenzio dei due allungarsi nella sua direzione, e respingerla. Senza che se ne accorgano si allontana, come il rumore della festa che scompare da qualche parte in un’altra dimensione.
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E’ lunedì. Maria questa mattina sente che nulla funziona come dovrebbe. C’è una luce gialla, mai vista prima, nella casa, e gli oggetti hanno un aspetto sgradevole.
“Maria?” La voe dell’agente è concitata, dissonante. “Allora è fatta, stamattina firmiamo con la produzione. Poi vediamo qualcuno del cast, una cena informale. Columbus tarderà un paio di settimane e c’è comunue molto da fare.”
Maria osserva la lama di luce estranea che entra dalla finestra. All’improvviso non le importa pià di fare questo film. Cerca dentro di sé, senza insistere troppo, e si accorge del sollievo che prova pensando a un’altra produzione, ancora in corso. Ha una giornata di riprese, mercoledì, e questo la fa sorridere, non sa perché.
“E’ proprio necessari o che io venga?” dice. Non è una domanda.
“Certo che no. Ti mando qualcuno io. Per la cena…”
“Ho altri programmi,” risponde, senza esitazioni. Quando riaggancia, ha come la sensazione di doversi consolare di qualcosa.
Un grand succès dans un petit théâtre
Novembre 15, 2008
Alla prima della Cantatrice
(un uomo seduto in una poltroncina. D’accordo: io. Ma con un travestimento)
Sst, che cosa fate qui? Eh. Io? Io sono il settimo spettatore dello spettacolo di stasera. Poca gente, eh? Mmm. Lo spettacolo ha l’aria di essere una piéce inglese. Molto inglese. Tuttavia, gli attori parlano francese, anche se ciò che dicono non pare abbia un senso. Ma non è per il senso che io sono qui.
Mi spiego – poiché la piéce è in francese, e io non sto comprendendo assolutamente nulla di ciò che accade in scena (e d’altronde non sono qui per questo), ho tempo di pensare ad altro. Preferisco pensare ad altro che addormentarmi aspettando il mio momento. Io russo. Ma non è per questo che non capisco il francese – dicevo: mi spiego. Io manco da casa da circa sessant’anni. Siamo nel 1950.
Quando voi mancate da casa da sessant’anni,
vi voltate all’indietro, così.
(faccio il gesto di voltarmi nella poltroncina. Uno degli altri sei spettatori mi guarda. Poi accavalla le gambe)
Quando voi mancate da casa da sessant’anni, è voltandovi e guardando all’indietro, nel passato, che vedete il posto che avete lasciato. L’inafferrabile ieri.
Anch’io faccio così. Mi volto e cerco di guardare in un luogo che è certamente passato. Tuttavia, sebbene manchino circa sessant’anni da qui a casa mia, io manco da casa, nel passato, solo da un anno. Quindi non vedo un granché! Infatti, sebbene il mio anno passato distante da casa sia in effetti nel passato, la mia casa si trova nel futuro, a sessant’anni nel futuro dritto davanti a noi.
Io sono un viaggiatore nel tempo.
(annuisco con fervore)
Ora. Poiché io vengo dal futuro, il mio vero passato verrà tra sessant’anni. Ma sono arrivato qui ormai da un anno – e non parlo il francese – quindi il mio futuro si è avvicinato di un anno, mentre per colpa di quello stesso anno il mio passato si è allungato di appunto un anno, che va a sommarsi alla distanza originaria di sessant’anni, ma in una direzione diversa, diremmo così vettoriale. Perciò, quando tornerò a casa, dovrò contare sulla macchina del tempo solo cinquantanove anni, ma segnarne sessantuno sul mio ruolino dello stipendio. Forse, però, queste sono cose che non vi riguardano.
(riflettendo)
Quindi. Per guardare verso casa io devo guardare indietro di un anno, e avanti di cinquantanove. Devo piegare il mio sguardo esattamente come sono piegate le gambe di quello spettatore seduto in poltrona. E anche le mie – sebbene io tenti di allungarle di lato, lentamente e senza fare rumore, poiché tutti i posti intorno a me sono vuoti e il teatro cigola.
Conosco l’autore della piéce di stasera. Tra cinquantanove anni – più uno, meno uno, ma in due direzioni diverse – questo autore oggi quarantenne sarà famoso. Non stasera. Stasera il suo spettacolo è visto da sette spettatori. Dei quali, almeno uno non parla francese, e io so chi è.
(sorrido)
Quando quest’uomo avrà più di sette spettatori, saranno passati sei anni da oggi. Accadrà nel 1956. Oggi tuttavia quel tempo è irraggiungibile, imprendibile. Verrà un giorno, e dal 1956 in avanti potrà essere qualunque giorno, in cui ogni stupidaggine che diremo, in qualsiasi lingua, porterà il segno, almeno per un briciolino, della piéce di stasera. Un pochino di Omero, un pochino di Pindaro, un pochino di Cicerone (o forse di qualcun altro), un pochino di renaissance, un pochino di Emerson, un pochino di Joyce (c’è sempre un pochino di Joyce in tutti voi), un pochino di Beckett, e un pochino di questo signor Jonesco – sul serio! – che dopo la prima di stasera tutti considereranno ancora per sei lunghi anni un eccentrico anziano bohemien. Il suo meme sarà piccolissimo, ma ci sarà. Tra sei anni. Sei imprendibili anni.
(faccio il gesto di afferrare qualcosa nell’aria. Dal palcoscenico, l’attore con l’aria inglese pare accorgersi di qualcosa. Si ripara la faccia con un gomito)
Così, io sono venuto qui. Mi sono seduto nella poltrona. Fingo di ascoltare. Non reagirò diversamente dagli altri sei spettatori. Se applaudiranno, applaudirò. Se non applaudiranno – e da come si protegge il viso l’attore in scena, capisco che non applaudiranno – io non applaudirò.
Ma lo devo guardare in faccia. Questo tale. Rumeno, di quarant’anni. Che ha sette spettatori nella Parigi di Sartre e di Camus – voi avete idea di quanti spettatori ci sono a una conferenza di Sartre? io ero lì, l’altro giorno – e di molti altri. Che tutti detestano e che detesteranno anche nel futuro, ma per motivi diversi, più ragionevoli. E che, dopo questa sortita deserta, insisterà ancora e ancora andando incontro a fiaschi perfino peggiori. Fino al 1956.
Sono qui, dal futuro, con l’incarico di guardare in faccia questo tizio ed esaminarlo. Guardare che cos’ha negli occhi. Proprio stasera, quando sotto la giacca il suo sudore saprà insieme dell’eccitazione della prima, del dubbio del fallimento, della paura per il futuro, del senso di colpa per il passato, e di sudore.
Devo solo guardare i suoi occhi. E tornare immediatamente nel futuro. Sono pagato per questo. Ah, è finita.
(la piéce è finita, e il pubblico si alza, si muove e parla, rivolto agli attori sul palco. Invece di applaudire o fischiare, parla)
Scusate, devo fare il mio lavoro. Ripeterò anch’io qualche frase, per confondermi con il pubblico. Potete restare, se volete, ma io ho da fare. Ehm. Tu… Elas! Cos’ha detto quello? Io non capisco il francese, e non capisco di più i francesi, solo perché sono plurali. Eh, bien, il devrait etre plus legere! Mamma mia, che pronuncia. Bonsoir Armande. Bonsoir Jacques. Le voilà, peu de gens. Bonsoir l’auteur, comme… No, questa me la sono persa. Più vicino, più vicino. Un peu trop… Anche questa me la sono persa. Stanno dicendo che è un lavoro troppo corto. Bonsoir Valence, bonsoir Guy… Forse me la cavo continuando a ripetere bonsoir. Eccolo.
Vediamo gli occhi.
(osservo la vostra delusione per il finale abortito)
Vi ho detto che sto lavorando, o non capite il francese?
Nine thousands butterflies
Novembre 11, 2008
Novemila farfalle.
Luciano mantiene la sua promessa, prepara lo scafandro per uscire senza essere contaminato. I lepidotteri sono incollati su tutti i vetri delle finestre e camminano sulla balaustra del terrazzo a pochi metri dalle impalcature del palazzo pericolante. Quindici mezzi dei pompieri hanno bloccato le strade.
“Novemila farfalle.”
Novemila farfalle saranno liberate durante l’annuale festa della primavera, per la gioia di bambini e appassionati della natura. Tolta l’insensatezza della frase – è mai esistita una prigione per farfalle? – io posso credere che “i bambini e gli appassionati della natura”, se esistono, vadano in in visibilio per una farfalla, due al massimo, viste in un prato. Luciano misura il sacchetto di plastica intorno al collo e annuisce a se stesso, sfilando la testa. Oppure dieci farfalle, in un documentario. O quaranta, viste nella teca di un museo e tenute ferme dagli spilli. Ma novemi… Novemila farfalle?
Novemila farfalle sono una valigia di insetti. Luciano pensa a una valigia di insetti vivi passata attraverso il metal detector di un aereoporto, e non sa perché. Pensa a una guardia che apre la valigia di insetti e li scopre ammucchiati come un tesoro di monete semoventi, i corpi striscianti che cominciano a insinuarsi fuori dalla valigia. Pensa all’uomo che trasporta la valigia di insetti, votato alla distruzione. Sono alcuni dei pensieri che non riesce a tenere lontani. Lo infastidiscono al punto che lascia i sacchetti di plastica con cui sta armeggiando e guarda di nuovo verso i vetri. Gli insetti già mezzi morti, con le ali appiccicose e i sensi confusi dalla concentrazione orgiastica di feromoni, picchiano sulle finestre l’uno contro l’altro e camminano cercando posto in quell’alveare di corpi.
Come hanno fatto a contarle? Non sembrano novemila, sembrano milioni. Dalle impalcature del palazzo di fronte, oltre la cortina di ali, un altro pompiere fa segno a Luciano di uscire.
Le strutture di sostegno sono percorse in lungo e in largo da uomini in tute di sicurezza che fissano corde e dirigono in aria il volo di reti d’acciaio. Da sotto gli elmi, attraverso i respiratori, lo spiano quando compare alla finestra, e gli fanno dei segni. Pochi istanti dopo quei segni, suona sempre il telefono. I respiratori sporgono dagli elmi come proboscidi arrotolate di falene.
“Amico, sblocca l’ascensore o veniamo su con l’autoscala,” dice la voce di uno degli uomini con l’elmo. Il rumore di fondo è quello di novemila farfalle che invadono l’aria. Ronzano, piovono, la città le calpesta, le respira, parla con la loro voce.
“No, domani. Domani, domani.”
L’ascensore si apre direttamente nel tinello. Ho fatto appena in tempo a raggiungere la leva di sicurezza dell’impianto. Ho tappato tutte le fessure. Ma sto bene, controllo le grate dell’aria condizionata, preparo lo scafandro per uscire. Nemmeno io sono così pazzo da voler morire schiacciato da un palazzo che sta per crollare.
Lo scafandro è appeso a una gruccia, costruito con vari strati di sacchetti di plastica fissati con il nastro adesivo, come un bozzolo. Vuole prepararsi, prima di indossarlo, perché non ha buchi per il naso.
Ci sono delle mattine tristi in primavera, quando la luce diminuisce all’improvviso e il sole è oscurato dalle nuvole. Il tempo cambia in un attimo, diventa irrimediabile e deludente, interrompe il discorso serio che uno s’è preparato, fa diventare inutili tutti gli sforzi. Io guardo il cielo, non è che non lo guardo. Ma non lo vedo. Vedo invece delle larve alate che si contorcono sul vetro, e in quel momento non mi ricordo del volantino che ho trovato in portineria. Delle novemila farfalle. Della festa di primavera. Mi copro gli occhi, in quel momento, perché penso che sono morto, e che gli insetti mi stanno mangiando, e che a dispetto di quello che tutti credono, sebbene io non senta più quasi niente, qualcosa ancora sento. Solo dopo, molto dopo. Solo dopo, mi ricordo che oggi è il giorno della festa delle novemila farfalle. Tra le dita, sotto le lacrime, dietro gli occhi, me ne ricordo. Ma è tardi, in un modo che non posso controllare, è troppo tardi. Ho cominciato a sentire il rumore che fanno. Di insetto e di ali.
A mano a mano che infila lo scafandro in cui uscirà di casa, Luciano chiude le fessure dei sacchetti con altro nastro adesivo.
(Ida Bozzi, 11 novembre 2008- 11 settembre 2001)