Il bisnonno (…)

Dicembre 31, 2008

L’ultimo dell’anno.

Di questo dolore non ho consolazione. La certezza che sul mio destino vegli qualcuno di sensato e di saggio, Colui che mi strappa giorno dopo giorno le cose più dolci e più amate per offrirmene presto di migliori, non regge più.

Esiste anche il male.

Il male incompensato. Il disequilibrio di un moncherino, i bambini morti, gli innocenti ammazzati. E questo è male. Il mio unico amore è perduto per sempre, e questo non vuol dire, come asserite voi difensori dell’ordine sociale, che era soltanto l’uomo sbagliato, e che il vero amore sarà un altro e verrà. Vuol dire il male. Lui era il vero amore, e il resto è lutto, buio, vite spezzate, un fato indifferente, una prigione di tenebre da misurare con le dita in ogni direzione solo per scoprire che non ha porte e che non ha finestre. Ho detto, il male.

E ora?

Chi sperimenta il male, cos’è, cosa diventa?

Ha due strade. Accende nel buio l’ultimo fiammifero e tiene corto il fiato mentre si ubriaca alle cene degli altri prigionieri del male. Oppure diventa qualcosa che io ancora non sono, ma che sento arrivare. Forse un cercatore, più disperato e spietato di quanto sia tollerabile, che fuma al buio e non pretende più niente di meno che la piena luce, l’accecante assoluto, il dio totale, lo squarcio nella muratura del mondo. Ma lo ricerca come ha imparato: senza speranza di trovarlo, tra mucchi di corpi inanimati. Pronto a infilzare l’anima nascosta dietro i drappeggi di una cauta amicizia, in cui non crede più e che non sa apprezzare. Pronto a tirare e strappare il lembo della radice di un cuore, senza fermarsi finché non lo svelle bollente di sangue dal manto gelato della terra.

Un angelo scaraventato lontano, impazzito di dolore, un grumo di piume mescolato a morte con il cucchiaio del male.

E ride, lui, ride.

Purity

Dicembre 27, 2008

viii.

“Va bene, grazie, riferirò,” dice miss Merveille, e riaggancia.

La guardo.

Riferirà? Non si sogni di riferirmi una sola parola,” le ordino.

“Naturalmente,” annuisce miss Merveille, accarezzando l’apparecchio telefonico e spingendolo appena più lontano sulla scrivania, come per distanziarsene. “Era solo un modo per tagliar corto.”

“Brava. E non si sogni di dirmi chi era,” aggiungo, agitata.

“Ho inteso perfettamente qual è il mio compito, qui,” si risente lei, “e non intendo deluderla.”

“Quindi, silenzio.”

“Esatto, silenzio.”

Lascio cadere la matita e la guardo rotolare davanti al computer. Passa qualche secondo.

“E va bene, mi dica chi era,” mormoro all’improvviso.

“Certo che no,” tiene duro lei.

“La prego, miss Merveille,” prego.

“Non se ne parla. Sono qui per proteggerla.”

“Solo le iniziali.”

“No.”

“Solo se era uomo o donna.”

“No, no e no.”

“Mi dica almeno se era lui.”

“Oh, questa, poi! Non glielo dirò mai,” taglia corto miss Merveille, falciando l’aria con le lunghe unghie colorate di rosso. Poi addolcisce lo sguardo: “Va bene così? Sono abbastanza decisa?”

“Sì, sì,” tiro un sospiro di sollievo, “decisissima.”

“E riesco ad essere abbastanza impenetrabile? Voglio dire, la mia espressione non lascia trapelare nessuna emozione, vero?”

La esamino con attenzione. Ha ciglia finte e una profonda cicatrice che le parte dal collo e scende nella scollatura. “No. Nessuna emozione. Dal suo viso, miss Merveille, non potrei assolutamente capire se è stato lui, a telefonare, o qualcuno che ha sbagliato numero, o una mia amica, o…”

“In effetti, ho sempre desiderato fare l’attrice,” sorride lei, arrossendo.

Batto le mani. “E si vede. E’ un’attrice nata. Ecco. Bene. Direi che tutto è a posto, ora, e che possiamo cominciare: signori, buon lavoro,” concludo. Mi chino sulla scrivania e mi do da fare: raccolgo la matita e prendo a disegnare ghirigori su un foglio, in attesa della prima ispirazione della mattina.

Grazer, nel frattempo, ha seguito la scena tra noi e si agita nella sua scrivania, continuando a spostare qua e là quel suo fermacarte testone.

“Scusate, signore,” interviene alla fine. Lo guardiamo, alzando appena gli occhi dalle nostre scrivanie, verso la sua. “Scusate, ma io sono arrivato per ultimo. Come funziona questa storia? Cioè… Miss La Segretaria, qui, non deve riferire?”

Gli rispondo, con pazienza: “Esatto.”

“Non deve riferire niente?”

“Niente di niente.”

“Nessun messaggio, nessun appuntamento, nessuna comunicazione, nemmeno se c’è un’emergenza?”

“Tantomeno se c’è un’emergenza.”

“E… E allora per quale motivo deve rispondere al telefono?”

“Deve rispondere al telefono perché altrimenti lo farei io,” gli spiego. La semplicità dell’evidenza gronda dalla mia voce liscia come una goccia d’olio.

“Ma non si potrebbe, semplicemente, staccare la cornetta, o interrompere la linea?”

Io e miss Merveille ci scambiamo un’occhiata divertita. E’ spassoso, quel signor Grazer.

“Oh, che sciocchino,” gli sorrido, “mi sentirei isolata dal resto del mondo, se staccassi il telefono. Bene, signor Grazer, ora che le ho spiegato tutto… lei non ha un suo lavoro da fare? Ebbene, lo faccia… Lo faccia, lo faccia. Non vede che stiamo tutti lavorando?”

Torno al mio foglio. Mentre rifinisco il ghirigoro meglio riuscito nell’angolo della pagina, sento che ancora il Grazer non s’è placato.

ix.

“Qualcuno qui dovrebbe ripensare alla storia del suo teschio,” inizio, come parlando alla matita, “o sbaglio?”

Grazer si raddrizza. “Conosce la storia del mio teschio?”

“Se vuole gliela racconto. Come vorrei, come vorrei,” continuo, “raccontare una lunga triste storia che non fosse la mia. Ma è la mia, è sempre la mia.”

Grazer protesta. Questa volta non è la mia storia, lui può giurarci. Lo fermo. Tutti quanti vengono qui a giurare sulla mia scrivania che io non so niente della loro storia, che non c’ero, che non ero nemmeno nata. E io devo mettere un guardiano, davanti al mio telefono, perché invece la mia storia continua, e continua, e a ogni parola continua a fare male. Continua a fare male passando dalle periferie uditive, dai margini visivi, dai ritagli di pensieri ripiegati. Ha la vita infinita di una bambola che per un certo periodo della nostra esistenza sembra respirare, quasi ci imita, poi si ferma, poi s’impolvera, poi riapre gli occhi, poi è di nuovo tra le mani di bambini veri, poi di nuovo invecchia, poi di nuovo si impolvera, mentre non ha mai smesso un giorno di avvertirci, o di rinfacciare, di quale cosa è l’imitazione.

La mia storia ha la vita infinita di una bambola che guarda sghignazzando la sua nuova padrona bambina.

Purity

Dicembre 23, 2008

iv. Se il tizio che tiene in mano il mezzo teschio non sta più seduto in anticamera, non è perché ci siamo liberati di lui. Miss Merveille si avvicina alla mia scrivania con aria compunta: le mani giunte sotto la guepiére, la testa sbieca, il voler far credere che è tutto per il mio bene.

“Lui è il Grazer, cara,” mi spiega.

Grazer. Osservo a bocca aperta questa parola sconosciuta. L’uomo che è un Grazer, o che si chiama Grazer, spunta dal metro e novanta di Miss Merveille. Rotondo, privo di appeal sessuale, o meglio dotato di quell’appeal sessuale dall’approccio sporco che hanno gli uomini privi di appeal sessuale. Si affaccia alla mia scrivania, sbatte il mezzo teschio sul tavolo e annuisce. Il teschio perde polvere nell’impatto. Oh, c’è del materiale umano che un tempo era all’interno di un essere pensante, ora, sui miei appunti per un romanzo. Questo sì che si chiama proteggermi.

“Vedi la scritta sul cranio, donna?” dice il Grazer.

Purity

Dicembre 23, 2008

iii. Sono accanto a miss Merveille e le spiego qualcosa sul funzionamento dell’Ufficio: come rispondere al telefono, come archiviare le pratiche. Soprattutto, come difendermi. Sono contenta che miss Merveille, seduta, sia alta quasi quanto me in piedi.

iii-1. Miss Merveille suggerisce qualcosa di descrittivo, per abbellire l’ufficio. Le spiego che è per questo che è stata assunta. Il compito di difendermi comincia esattamente qui.

Annuisce e dice che sarà meglio allora che si occupi del tizio che è rimasto in anticamera. Uno con un mezzo teschio in mano, basso, rotondo.

Purity

Dicembre 22, 2008

i. Scegliete pure un posto per accomodarvi, nella Vasca con l’acqua o nella Saletta con la farina gialla.

ii. Una delle persone sedute si piega stringendo il cappotto e guarda i tacchi delle proprie scarpe. Ha ciglia molto lunghe con un rimmel a palline dorate. Quando entra nell’Ufficio, mi rendo conto che si domanda il perché della propria vita, con l’umile relatività di un caso singolo. Invece, certa gente ha una risposta assoluta nel cassetto: il primo lavoro della nuova segretaria sarà appunto battere a macchina un elenco di nomi. Annuisce nella stessa direzione delle sue rughe e poi, come per analogia, mi dice il suo, di nome, “ma anche miss Merveille può andar bene”. Le chiedo di spiegarmi con parole sue per quale motivo crede di poter diventare la mia segretaria. Mi risponde che si sente molto fragile, ma sa di potermi proteggere. Conosce la cattiveria delle persone, mi dice. Quando porta i pacchetti per i poveri alle dame di carità, e si commuove sempre, sa di non poter mostrare le lacrime. Quando si innamora, le mani le tremano per l’impossibilità.

ii-1. Occorrerà che io mi appoggi indietro sullo schienale della sedia per immaginare le lacrime di miss Merveille che colano dal rimmel a palline davanti a una dama di carità.

Purity

Dicembre 22, 2008

i. Scegliete pure un posto per accomodarvi, nella Vasca con l’acqua o nella Saletta con la farina gialla.