daphne

Gennaio 31, 2009

31 gennaio, 2009. Ascolto spesso le confidenze degli Dei e degli Eroi, che mi hanno eletto dama di compagnia e zimbello per quella certa vacua inanità che hanno la bontà di riconoscermi. Non mi è mai piaciuto il nome Dafne, ma tra questi begli apolli l’unica è pregare che mi crescano foglie sulla punta delle dita, e radici sotto le piante dei piedi.

C’era un alloro, dove andavo in vacanza da piccola, nella casa della nonna, un alloro di chiara origine dafneica, alto più di me, direi adulto, con un sottile tronco scuro dritto per oltre un metro e mezzo. In cima al tronco, come appoggiata, aveva una parrucca di chioma larga all’incirca un metro, frattale della foglia, con un vago color cipresso complessivo, che si sbiadiva col vento. Infatti le foglie avevano due facce, una più scura, quasi nera, verde di un verde alloro vicino all’indaco, al rosso scuro, al marrone testa di moro, su cui le venature spiccavano verde chiaro, magre e incavate. E l’altra faccia color cavalletta, dove le venature erano gonfie e bianche come latte scremato, o come pelle di alieno. Il vento lo screziava. Non avendo altra compagnia che somigliasse ad un essere umano – i pini sequoia erano spropositati, come questi apolli: conversavano alla pari coi fulmini – io passavo molto tempo, forse più del dovuto, in compagnia dell’alloro. Facevo progetti, insieme all’alloro. Non è una compagnia adatta a una bambina di otto anni, un alloro, direte voi. L’alloro. Nessuno doveva cogliere foglie di alloro per l’arrosto. Una volta, non so perché, abbracciai l’alloro. So il gesto, non la motivazione, il dialogo di bambole che deve avermi spinto. L’alloro. Io potevo raccogliere una o due foglie – al massimo! – ogni giorno. Non mi piaceva l’odore, ma la profumeria dei piccoli è fatta, soprattutto, di odori che non piacciono. Quando avevo colto le foglie, le infilavo su bastoncini di rami caduti dalla fronda del vecchio pino sequoia. Con questi spiedini di Dafne, in piedi vicino all’alberello, assumevo la tipica posa della Bozzi, le mani chiuse su un microscopio di oggetti e la testa incassata nelle spalle per guardar giù. Avevo i capelli rossi e una fascetta grigia nei capelli, e le foglie di alloro tra le mani. E parlavo alle foglie. Ricordo i miei discorsi, di segregata in giardino; stranamente, sono tra le poche cose che ricordo di quell’epoca tutta cancellata, e della mia intera vita. I patti che abbiamo stretto io e l’alloro, Dafne, in buona parte io li ho mantenuti. E sono patti segreti. (e quell’alloro è grande, ora, grande e vigoroso: l’ho visto, solo un po’ spettinato, identico ad allora) E mai più ho avuto qualcuno che ascoltasse, che mi lasciasse dire – quasi solo, sempre, cantare – senza mai interrompermi. Qualcuno che complesso, intricato, pieno di pensieri nelle volute cerebrali di foglie, dividesse con me progetti come produrre francobolli di foglie – da piccola ero un’industriale – e mi ascoltasse quando raccontavo, sicura, confidente, la prima trama di romanzo il cui personaggio, mi ricordo, doveva chiamarsi Nora per via di Nora della casa di bambola. L’alloro Dafne era più lucido di tutte le altre piante, così amato, e se potessi dire del sentimento di un albero, direi che era felice. Da allora, come lei, di me, della me vera, di nessun sogno, non ho mai più parlato.

19 gennaio, 2009. Il museo (Infelici brevi).

Fidanzato e fidanzata sono usciti dal museo dopo un breve giro. Il padrone li ha già studiati ben bene al momento di staccare i biglietti, li ha guardati camminare con la schiena rigida e le braccia conserte intorno alla teca dell’esposizione, e non ha bisogno di osservarli ora, mentre confabulano brevemente voltando le spalle al cartello che dice “Museo mondiale dell’extraterrestre”, fuori dalla prima e unica sala. Il sipario dal quale sono usciti ondeggia ancora lievemente, muovendo polvere.

“Scusi,” comincia il fidanzato. Il padrone del museo solleva la testa dal giornale che sta leggendo.

“Sì?”

“Ma c’è solo un extraterrestre morto,  lì dentro,” dice il fidanzato, allargando le braccia.

Il padrone del museo lo guarda inclinando la testa, come fa quando parla con le mucche. “Sì. Vivi non ne sono arrivati.”

“Noi intendiamo dire,” interviene la fidanzata, aggrappandosi con una mano alla maglietta del futuro marito, “che, insomma, ci aspettavamo di più, da un extraterrestre.”

Il padrone del museo piega il giornale e lo depone sul bancone davanti a sé, vicino all’espositore delle tazzine che riproducono la sagoma dell’extraterrestre. “Beh, ma è morto.”

“Già, appunto,” riprende il fidanzato. “Mi sembra parecchio, otto euro a testa, per vedere un extraterrestre morto che non fa niente, dico niente, a parte essere morto.”

Il padrone del museo si gratta la cima della testa. “Beh, ma è extraterrestre.”

I due fronti del bancone d’ingresso si osservano in silenzio per un po’.

“Almeno ci fossero delle note esplicative,” prova la fidanzata, “sa, come nei musei veri.” Fosse per il fidanzato, invece, il silenzio continuerebbe a oltranza.

Il padrone del museo storce il naso. “Non sono un uomo di penna. Però c’è un opuscolo del Comune che dice un sacco di cose. Lo avete avuto insieme al biglietto.”

Scuotono la testa, i fidanzati. Poi lei estrae dalla tasca di lui un foglietto piegato, di un bel verde brillante su carta patinata, e lo sventola sotto il naso del padrone del museo. “Certo che l’abbiamo avuto, l’opuscolo. Ma parla quasi solo di lei e della sua fattoria.”

Il padrone del museo annuisce vigorosamente. “Dell’extraterrestre non sappiamo molto. Tutto quello che si sa, si sa di come io l’ho trovato. Sono un mezzo eroe, da queste parti, e ho diritto a un po’ di pubblicità.”

Fidanzato e fidanzata sentono il bisogno di confabulare ancora un po’ tra loro. Il padrone del museo li lascia fare, e intanto ripassa mentalmente la storia del ritrovamento. E’ passato del tempo, e lui comincia a confondersi con le date.

E infatti. “Insomma, almeno ce lo racconti di persona, com’è successo,” dice la fidanzata.

“Sì, diamine,” dice anche il fidanzato.

Il padrone del museo non si scompone. “Di solito non faccio visite guidate. Siete fortunati che non c’è folla.”

I fidanzati si scambiano un’occhiata, ma tacciono.

Il padrone del museo racconta della notte in cui cadde il meteorite. Dice del boato forte salito dai campi, degli alberi pettinati dall’impatto, delle due mucche carbonizzate. Ricorda soprattutto le fiamme, rosse nella notte.

“Le mucche sono bruciate vive?” chiede la fidanzata.

(segue)

kali yuga and a door

Gennaio 17, 2009

18 gennaio, 2009. Dunque, dunque, dunque. Che cosa succede?

Dal Punto di Vista Che Saluto Qui come una riva dalla quale la nave si allontana, ho avuto una discussione con un tale per una questione che marginalmente riguarda il problema dell’identità.

Dal Nuovo Punto di Vista – se questa si chiama palinodia, un motivo c’è – ho incontrato un inconsapevole “guardiano della soglia” (non perché sia inconsapevole di sé. E’ solo inconsapevole della soglia). Nella nostra tradizione ne troviamo numerosi, da Cerbero alla Sfinge, tutti con una funzione ampiamente illustrata da testi di diversa origine e significato bla bla. Del “mio” guardiano della soglia non devo dir nulla: nemmeno lo conosco personalmente. Ho anche la sensazione di essere circondata da numerosi “guardiani della soglia” – presso i quali il viandante deve fermarsi per una rituale anticipazione della lotta cui va incontro, o dell’ultimo tratto del percorso. No, non gli stalker. Gli stalker sanno bene quello che fanno, quindi non sono funzioni così dirette del destino. Hanno tuttavia la funzione dei rovi, delle strade impervie e del buio nel percorso del viandante.

Comunque.

Sigismondo insegna (è bello, parlare a se stessi senza che nessuno capisca un bel niente): devo aprire gli occhi.

16 gennaio, 2009. La torre resterà la sua casa. La donna che ama rimarrà un’ombra esitante e infida. Il suo regno apparterrà per sempre ai cortigiani più loschi. E tutta la saggezza cresciuta piano nel dolore gli servirà a conservare il tozzo di pane per la cena, a raddoppiare le coperte con i giornali rubati la domenica, a tappare i buchi nei vetri con i cocci di una bottiglia, e a distinguere di notte il fruscìo di uno scarafaggio dallo zampettare di un topo. Sigismondo non si sveglierà più.

Sulla parola destino

Gennaio 9, 2009

9 gennaio, 2009. Non ha importanza come ci sentiamo, noi stiamo. Siamo stati nel destino del mondo e questo è sufficiente. Il mondo ha gridato quando siamo nati. E siamo nati.

Parola strana, destino. Espunta dai trattati poiché considerata impura, empia. Non credereste che è imparentata con il vocabolo destinatario. Immaginereste nobiltà maggiore, per una parola che fa tremare i polsi.

Invece è una parola semplice. E’ voce affine al verbo stare. Iterazione dello stare.

Quante persone vogliono convincerci all’una o all’altra ideologia, nascondendo dietro al pensiero una visione del mondo cui credono prima che alla verità. Come vorrei credere al filosofo che ho intervistato l’altro giorno: mi dice che non c’è il nulla, come spero anch’io. Ma come credergli?

Noi dobbiamo cercare. Guardando con la mente lucida nelle radici del nostro essere. Non credete a chi vi dice che non tocca a voi cercare perché siete dilettanti. Cercate, poiché siete stati un destino.

d.

Gennaio 3, 2009

d. (Infelici brevi)

E’ stato un solo giorno della mia intera vita. Possibile che basti a riempirla tutta?

Richiude gli occhi.

Li riapre. La donna che si muove davanti alle tendine non si è accorta che lui è sveglio. Li richiude.

Quel giorno, il mondo nuotava nel corpo di un fantasma, la luce mi sembrava così bianca che i soldati, il muro, il bordo della mia camicia galleggiavano nella stessa pentola di latte. Conservo la luce bianca nel fondo del mio cuore come un mostruoso tesoro. Quando Lisa mi chiede “che cos’hai?”, come faccio a risponderle che sto conservando la luce bianca dentro di me? Così come conservo in tasca la pallottola?

Decide di scrivere. Scriverà qualcosa in cui lei possa vedere il bianco di quella luce. Le notti di Pietroburgo sono così bianche, e nessuno di questi avvinazzati attaccati ai lampioni a gas se ne è mai accorto. A cominciare da monsieur Turgenev. Con questa promessa di pace, muove la schiena per alzarsi e la donna subito lo guarda.

L’altra cosa, importante, è che io guardavo morire gli uomini davanti a me, sotto i colpi dei soldati, e che ho sentito in quel momento che nessuno di loro era più colpevole né più innocente di quanto non lo fossi io. In che cosa l’ho sentito non lo so, così dovrò chiamare questa cosa dio, perché dio è tutto quello che io non so. Questo tesoro, non sai quanto è labile. Io lo scriverò, lo scriverò. Ma soprattutto, io ho bisogno di mostrarlo a te.

“C’è del tè caldo, ma alzati per favore,” dice la donna.

Lui sente la sua voce di taglio a metà del ventre. Le dice che sta conservando dentro di sé la scena della mancata fucilazione. Lei sospira come se si trattasse di una cosa triste, e si avvicina per accarezzarlo, per mandare via il male.

E’ tutta la mia vita, perché vuoi mandarla via? Io sono felice, mi duole tutto tanto sono felice. Sono un bambino, felice con la sua mancata fucilazione, la sua luce bianca e il colore del sangue di quelli che sono morti. Sono così felice. Ho dei tesori di orrore dentro di me. E’ tutto quello che ho e tu non lo capisci. Il soldato che doveva sparare a me, nel plotone, aveva un lato dello stivale così consumato che le dita dei piedi vi avevano impresso una forma. Io dovevo morire, a quell’uomo lo stivale si sarebbe sfondato di lì a due giorni, l’aria era bianca e lattiginosa, il sangue si muoveva tra i sassi calpestati nella neve. Indagherò a fondo, e se scoprirò che tu non puoi capire questo, sarà una tragedia per il nostro amore. Io non posso amare un animale. Io scaverò dentro di te finché non sarai anche tu così felice come me, Lisa. Tirerò i tuoi capelli finché non manderai una voce umana.

“Non c’è più inchiostro,” le dice.

Lei si vestirà, scenderà, attraverserà la città per cercare l’inchiostro, lui intanto verserà il tè e rovescerà il samovar nel letto, getterà i vestiti sulla macchia per fingere di asciugarla, si butterà in poltrona, a fumare, osservando il mucchio di stracci inzuppati, e quando lei tornerà sarà già uscito, incontrandola sulle scale le urlerà che è una buona a nulla, così in ritardo, quando invece l’inchiostro era nello stipetto, e che lui tornerà con i Tyssen quella sera, e di riordinare la casa, e di preparare il salmone, sì, il salmone.

E’ stato un solo giorno della mia intera vita. Devo fare in modo che tu ci entri, o tra noi è finita, finita, capisci? Sarebbe insopportabile reggere il tuo sguardo che brancola, sarebbe insopportabile sentire la tua voce che chiama, come un’estranea che non sa dove si trova. Voglio vederti come ho creduto, nella pentola di latte di quel mattino, in punto di morte, mentre ti muovi con passo certo, insieme a me.