Il malato

Maggio 25, 2009

25 maggio, 2009.

(…) C’erano numerosi motivi per non guarire, ed Eosinoph Itter li conosceva tutti. Ma era aperto alla ricerca.

Aveva scoperto per esempio che essere malato costituiva per lui uno spazio privo di dimensioni temporali in cui poteva essere contemporaneamente bambino, adulto e vecchio, riunendo le doti più interessanti di ciascuna età.

Per esempio, essere un adulto malato gli conferiva un’aura di eroe in ciascuna delle imprese cui si dedicava, alle quali andava incontro con la decisione di un martire e l’abnegazione di un rivoluzionario. La sua rivoluzione, s’intendeva, era contro la malattia.

Se sbagliava, le mancanze proprie delle altre due età lo soccorrevano prontamente.

Ma chi gli stava intorno, aspettando da lui niente altro che piccoli gesti da malato, restava sbigottito davanti alle sue proposizioni titaniche. Altri avevano ogni interesse a trattare con un malato, sul quale, con il loro potere di sani, sentivano o presumevano di poter avere la meglio comunque e in qualsiasi momento.

Egli era quindi circondato da una pletora di fedelissimi, affezionati più alla sua malattia e ai suoi vantaggi che a lui stesso – ma di ciò non si preoccupava. Eosinoph, febbricitante di potere, selezionava infatti accuratamente le persone che potevano stargli accanto: gli utilitaristi, i pragmatici, i meschini, i banali. Egli sapeva inoltre che gli amici più sensibili, i fragili, i quasi malati e i malati, che egli odiava dal profondo del cuore, tenuti distanti dal suo capezzale avrebbero sofferto meglio e con più profondità, e avrebbero contribuito a diffondere nel mondo quel vapore di nostalgia, dolore e trepidazione che, come un contagio, portava intorno l’affetto e il ricordo di lui.(…)

(di Ida Bozzi)

3 storie del vecchio West

Maggio 24, 2009

23 maggio, 2009.

Storie del vecchio West (di Ida Bozzi)


Titolo: Il Portogallo in gps.

Un giorno

Nelle mani di un gruppo retrivo

La Terra più bella del mondo

Il Portogallo

Che stava tra il Belgio e l’Olanda

Scivolò marginale.

2 storie del vecchio West

Maggio 24, 2009

22 maggio, 2009. Storie del vecchio West (di Ida Bozzi)

Avete notato quanto ho ragione?

Quanto ho ragione e quanto gli altri hanno torto?

Avete notato la marca dei miei calzoni?

Dei miei calzoni e delle mie scarpe?

Avete notato le mie auto e le mie donne?

Le loro prestazioni lussuose?

Oh scusi, ho sbagliato numero,

cercavo la mamma.

21 maggio, 2009. Storie del vecchio West (di Ida Bozzi)

Inutile che vi racconti la storia dei due quaccheri

(And my two Quackers’ Tale is useless to tell)

Uno volle punirsi così profondamente

che cominciò a fumare per costringersi a smettere

L’altro si arrabbiò tanto per la regola infranta

che accese una sigaretta e andò fuori a fumare

So che si videro, mortificati, l’un l’altro

circondati dai mozziconi.

Ma la gente non ama il bene e il male

e la storia si tramanda interrotta.

1 storia del vecchio West

Maggio 21, 2009

21 maggio, 2009

Storie del vecchio West (di Ida Bozzi).

Uno fa un dono

e deve passare tutto il resto del tempo

a cercare di capire che cosa ha donato.

Un tizio riceve il dono dall’altro tizio

e deve passare tutto il resto del tempo

a spiegargli per bene che cosa ha ricevuto.

Questo perché le ruote della bicicletta

sono la parabola infernale

del Dante di una tribù di tappi a vite.

Non accadrebbe se un uomo veramente solo

quando muore

potesse lasciare tutto in eredità a se stesso.

He is back

Maggio 18, 2009

18 aprile, 2009. Il barbaro sta giocando all’unico gioco cui si può giocare con una corona ferrea, il gioco del rubino. La gira e la rigira tra le mani finché il rubino del castone principale non gli ritorna tra le dita, “acquamarina, lapislazzulo, corniola, ecco il rubino, ambra, topazio, acquamarina, smeraldo, smeraldino, altra corniola, pietra gialla che non so che cos’è, altro smeraldo…”

Intanto Roland, il pipistrello cantore, dall’alto della volta intona la consueta Apoteosi del lunedì, che evita al re barbaro di precipitare in una depressione solitaria e alquanto pericolosa, foriera di inutili lettere a Teodora, di fondazioni inconsulte d’ordini monastici e di ancor più inconsulti scismi con l’episcopio centrale.

“Il magnifico barbaro,”

comincia Roland, con questa sola lenza tirando un angolo della bocca del re in un primo sorriso,

“il magnifico barbaro non è uomo di guerra. Se i Goti, i Visigoti, gli Ostrogoti e tutti gli altri guanciuti confratelli s’imbellettano di sangue, il grande Adaelmo…”

“… Adaelmo il Grande?” prova il barbaro, e sorride di nuovo, rigirando la corona di tolla.

“Adaelmo il Grande, dicevamo,” corregge Roland, felice che il barbaro l’ascolti, “Adaelmo il Grande è già di pelo rosso, ed è poco aduso ai rancori di sangue. Prova ne sia la storia che intendo raccontarvi….”

“Non sarà la storia che sappiamo?”

“Re, è per tua maggior gloria. Anche i tuoi difetti, infatti, sono superlativi.”

“Non so se è un complimento. Comunque, qui non trovo il rubino, vai avanti.”

Intorno al pipistrello, gli altri pipistrellini si fanno fitti, e cominciano, in silenzio, ad ascoltare.

“Voi non sapete,” attacca il bardo, “che la crudele Teodora ha una cugina, la giovane Eloisa, principessa di questo e di quello, bella tra le belle e fortunata di tutte le fortune. Tranne una. Una così triste, così particolare, che non si può menzionare. Ella è stata, e tanto vi basti, sventurata in amore e munita di un superfluo consorte. Una sventura ahimé non rimediabile, cui alla corte di Teodora mai si allude. Quando i Vandali, per la brama di sangue, vi fecero allusione durante la discesa del Danubio, l’armata di Bisanzio capitolò e si sparse. Quando Artaserse, potente re dei fiumi, vi alluse nel bel mezzo di una battaglia navale, metà dei legni di Bisanzio colò a picco nel porto, vicino ai Dardanelli.”

“… e adesso arriva la mia brutta figura,” interviene il re, “Roland, poeta, tu sei sicuro che sia per maggior gloria?”

“Certo, mio re,” risponde il pipistrello, e subito comincia, “il barbaro, che alle vicende di guerra non si appassiona punto, delle storie d’amore s’intenerisce e piange, voi lo sapete. E tanto lo commosse un giorno una storia d’amore di un tale Abelardo e di una tale Eloisa, e tanto pianse, e tanto vi trovò tutto l’amore che inutilmente aveva seminato intorno alla sovrana, affinché germinasse…”

“… invece mai, neanche una pratolina!”

“… che quella stessa sera, incartato il bel libro, volle mandarlo con un ambasciatore alla corte dei greci, dei romani di Grecia, insomma da Teodora.”

“Ed ero qui, seduto come ora, ” siede a metà sul trono il barbaro, agitando in mano la corona, “quando improvvisamente vedo, dalla torre del presidio armato che la Bizantina – colei che non mi ama – mantiene sul confine, calare un drappo nero lungo fino al terreno. E i cavalieri che l’uno dopo l’altro arrivano alla torre per le incombenze di guardia, ugualmente innalzano sulle picche e sugli elmi i segni neri della minaccia ostile.”

Il pubblico dei pipistrelli ordina una pizza e si sistema in cerchio intorno al trono, ma appeso a testa in giù, cosicché il barbaro ora ha due corone, l’una di pietre preziose e l’altra, come un lampadario, di pipistrelli attenti.

“Mando a chiamare Mefisto, lo conoscete,” prosegue il re, “che di misteri e di ombre mi pare che s’intenda. E me lo vedo comparire davanti coperto di metallo, con le babbucce che spuntano da una chiusa armatura. “Ma che fai?” gli domando. “Mi preparo alla guerra,” risponde quello. “Ma quale guerra?” “Quella che hai dichiarato, irridendo al dramma della bella Eloisa, e del suo infelice consorte, che, beh, non si chiama Abelardo, ma Alberto I, e sai, poco ci manca,” mi risponde Mefisto. Io scendo dalle nuvole.”

Interviene Rolando: “Come un tuono quando il cielo è sereno getta gli umani nel più cupo spavento, finché non si rivela per il rimbombo di uno stupido cannone in lontananza…”

“Che paragone idiota,” scuote la testa il re, “però si fa capire. E anch’io compresi. Teodora aveva letto di quell’altra Eloisa, e si apprestava alla guerra.”

“Perché tale era lo scandalo, presso tutta la corte, e tale la vegogna, che nessun’altra Eloisa vi era intesa, che non fosse la sventurata cugina.”

“Io, di quella cugina,” sospira il barbaro, “mi ero già scordato. Se posso trovare una sola scusante, questa è l’amore. Se sei forzato a dimenticare, in genere ricordi. Ma se è l’amore che invita, tu ti rinnovi il cuore, come un bambino…”

“Beh, re: te lo dovevi segnare, da qualche parte…”

“Adaelmo, con tutto il rispetto: che salame!”

“Ma come può Teodora aver pensato,” salta su tra le luci del lampadario un pipistrello sveglio, “che Adaelmo, qui malato d’amore da un millennio, intendesse dileggiare Eloisa, intendo la cugina, e non dividere l’amore di Eloisa, la santa, con la sua imperatrice? Forse non lo conosce? Non sa le sue intenzioni?”

Il re annuisce. Rimette la corona, che a giochi fatti ha un solo rubino, per quanto la si volti, e conclude il racconto. “Teodora non sa, è così evidente, nulla del mio amore, non lo conosce e non lo prova. Tra la rosa, e il nome della rosa, lei non può, credetemi, vedere altro che il nome. E io, che non credo più, non spero più – perciò non prendo appunti, pipistrellino, tu che chiedevi – per non soffrire non scrivo e non sogno più niente che la riguardi,  io non vedo il nome. Vedo solo la rosa.”