la borgesia

dicembre 15, 2009

(da Sette moderniste, 15 dicembre, 2009)

Sono qui per riproporvi la lettura di un autore che abbiamo tutti letto quando il rumore era troppo forte fuori dalle nostre teste, e poco nelle nostre. Ora che un silenzio di Terra del Fuoco ci circonda, mentre le nostre teste fanno il rumore di quelle macchine noiose che continuano a ricaricare per tutta la notte, come vecchi condizionatori o frigoriferi scassati, è venuto il momento di rileggere Borges.

Poco per volta, e non tutto insieme come vorrebbero i cactus. Leggendolo poco per volta ci si accorge che anche Borges, dopotutto, è stato un essere umano (se lo si legge tutto insieme, questo effetto manca). Non si è affatto occupato di un sapere astratto e libresco, come appare aggirandosi tra i cactus. Si è occupato, compito difficile, di saltare tre passi oltre tutte le possibili riflessioni, obiezioni, congetture, che abitualmente nei romanzi comuni troviamo sotto forma di realismo descrittivo, personaggi, azione, flashback, accidenti insomma, per arrivare a un’apparente denaturazione dalla quale è difficile, e tutto sommato inutile, tornare indietro alle solite chiacchiere.

In Finzioni, nella Biblioteca di Babele, c’è una frase molto breve che è paradigmatica. Tra i vari elementi costitutivi dell’universo biblioteca, quasi subito, sono descritte le lampade, ovvero le stelle.

Ecco, io sono convinta che questa breve frase, che anni fa, scalpiccianti su montagne e rovine tutto sommato vuote, sebbene ancora sconosciute, non abbiamo nemmeno notato, oggi ci possa far fermare. Possa spingerci, addirittura, a rileggere molte frasi cui abbiamo dedicato un’attenzione frettolosa o nessuna attenzione – parlo delle frasi del nostro cuore – con un’intelligenza diversa, da illuminati se vogliamo. Ecco come Borges parla delle Stelle.

La luce che emettono è insufficiente, incessante.”

A parte le infinite reminiscenze culturali, dalla filosofia ai testi classici, che questa frase contiene (e a tutti i possibili rimandi a poesie come “los Justos” che i borgesiani possano immaginare), bisogna saper dipanare la matassa di esperienze umane che la compongono. Parla di illusioni e disillusioni plurali e non singolari (poiché la scelta del tempo presente del verbo è come quella dell’imperfetto, ma più sfumata, dà il senso del reiterato continuo e istantaneo insieme), ripetute, diuturne, “la luce che emettono è insufficiente, incessante”, non c’è nessuna avversativa, non c’è il “ma” prima di “incessante”, sono sforzi prometeici E (anzi, non c’è nemmeno la congiunzione e), appunto perciò umani, “la luce che emettono è insufficiente, incessante”, grandi speranze E piccole riuscite, ma nuovi tentativi, un tentativo continuo, infinito, e se considerate che tutto questo sforzo, nel racconto, è fatto da qualche Sole che tenta di illuminare il buio infinito dell’universo, capite che non c’è niente di libresco in questa frase, ma anzi c’è molta più commozione e consapevolezza, e sguardo umano, di quanto non ve ne sia in quattrocento pagine di sbattimento alla cieca di un qualche eroe generalmente senza pietà tra cactus acidi e frigoriferi rumorosi.

Questa piccola frase di un grande (issimo) scrittore, “La luce che emettono è insufficiente, incessante”, dice che i nostri tentativi sono evidentemente infruttuosi, ma che non smetteranno mai. E che, per quanto poca sia, la luce che fanno appartiene – con tutti i suoi limiti – alla realtà, esattamente quanto il soverchiante buio.

Lo si capisce nelle tarde ore della notte, aspettando che questa debole luce risorga. Ciao, miei cari giusti, riposiamoci un po’.

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